L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA

di Luigi Pirandello
adattamento e drammaturgia Sandro Lombardi

con Sandro Lombardi e Roberto Latini

spazio scenico e regia Roberto Latini

costumi Marion D’Amburgo
luci Gianni Pollini
musiche originali Gianluca Misiti
realizzazione scena Luca Baldini

produzione
Compagnia Lombardi – Tiezzi

Prima rappresentazione: Firenze, Cortile del Museo del Bargello, 18 maggio 2010

Periodicamente, Sandro Lombardi ‘incontra’ attori o registi o coreografi con cui ama confrontarsi. Così è stato con David Riondino su Dante, con Massimo Verdastro su Bernhard, con Iaia Forte su Testori, con Virgilio Sieni su Pasolini. Ecco adesso, in vista di un Pirandello, Roberto Latini che affianca Lombardi nel dar vita ai due protagonisti dell‘Uomo dal fiore in bocca, per il quale ha curato anche la regia, mentre la drammaturgia è dello stesso Lombardi.
Per Sandro Lombardi è «una felice occasione di tornare a Pirandello dopo l’interpretazione di Cotrone risalente al 2007 nei Giganti della montagna. Pirandello venne considerato in vita più un filosofante che un artista, più un pensatore capace di inventare spietati grovigli psichici che un creatore di intrecci scenici. In realtà, in piena consonanza con i contemporanei rinnovatori del teatro (Appia, Craig, Cechov, Stanislawski, Reinhardt), Pirandello seppe dire una parola originale e unica. Nella sua ‘stanza della tortura’ (così Giovanni Macchia definisce felicemente il nucleo del teatro pirandelliano) si mettono a nudo gli esseri umani, i loro sogni, i desideri, le sconfitte, i rimorsi, le rivendicazioni impossibili o, come nel caso dell’Uomo dal fiore in bocca, il mistero della vita e della morte. “Una delle ragioni dell’attualità di Pirandello”, ha scritto Giovanni Macchia “sta anzitutto nell’aver affrontato la crisi del teatro e averne allontanato la distruzione”.
Questa è l’eredità che lo scrittore e drammaturgo siciliano lascia a ogni uomo di teatro di oggi: raccogliere l’impegno ad affrontare la crisi del teatro (senza nascondersi dietro patetiche quanto illusorie finzioni che questa crisi non ci sia), e allontanarne la distruzione. La vitalità del testo sta nel lasciarne germinare la poesia proprio a partire dalla consapevolezza della sua fragilità, e della fragilità degli esseri umani che al teatro dedicano la vita».